Federico Iadicicco sullo Ius Soli

Da Un Campari con… Federico Iadicicco

Come ti poni sullo Ius Soli? Cosa vorresti dire alla CEI?

La legge in discussione si poggia su argomentazioni discutibili ed estremamente faziose, credo sia l’ennesima operazione ideologica di questa legislatura voluta da chi non sa dare risposte concrete alla crisi ed al disagio che colpisce in primo luogo il ceto medio impoverito e preferisce trovare consenso introducendo leggi dal vago sapore ideologico ma dalla sostanziale estraneità alla realtà, al vissuto quotidiano degli italiani.
Se può avere un senso discutere della revisione di una legge, essendo mutate le condizioni, non ha senso farlo smantellando quello che funzionava per introdurre norme confuse ed incomprensibili. Si potevano ridurre i tempi per avanzare richiesta di cittadinanza, si poteva ridurre la farraginosa e copiosa macchina burocratica ma questo pasticcio si doveva evitare. Si è arrivati all’assurdo che un genitore chiede la cittadinanza per il figlio che però al diciottesimo anno di età e nei due anni successivi può rifiutarla smentendo quanto voluto in precedenza.
Tanto vale lasciare che si decida con la maggiore età! Contesto poi due affermazioni di fondo, la prima che la cittadinanza serva ad agevolare l’integrazione, è semmai vero il contrario, ossia che la cittadinanza dovrebbe attestare, nel limite del possibile, l’avvenuta integrazione. Il secondo assunto paradossale è che la cittadinanza serva per compensare il calo demografico. Affermazione falsa perché le statistiche ci dicono che in tendenza anche gli stranieri fanno meno figli quando si integrano nella nostra società.
Questo apre ulteriori considerazioni. Non sarebbe meglio promuovere culturalmente e con politiche attive il valore della vita, l’importanza della natalità, la necessità di fare figli? Non sarebbe meglio difendere e valorizzare la nostra cultura e la nostra civiltà, le nostre radici cristiane? A chi dalla Conferenza episcopale è intervenuto a gamba tesa pongo solo queste domande. Con un’ultima, amara considerazione, siamo certamente tutti uomini, quindi fallibili, mi preoccupo e assai però, quando, anche in ambito ecclesiale, vedo il sopravanzare di pericolose strutture di pensiero ideologiche.

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Testimonianza di evangelizzazione in Cina

Sono nate le prime due comunità neocatecumenali in Cina. Ci hanno raccontato che nella convivenza, al termine della catechesi, uno dei corresponsabili ha riferito il motivo per cui era andato ad ascoltarle, non essendo né di quella parrocchia, né di quel paese. Ha raccontato che suo figlio, di 30 anni, gli ha detto che la Vergine Maria, insieme con la sua sposa, morta da due anni, accompagnata da due angeli, gli era apparsa in sogno, dicendogli: “Va’ e di’ a tuo padre che vada nel tal paese, distante 40 km, perché sono arrivati due missionari stranieri, e che assista alle loro catechesi”. Lui si è messo in cammino ed è arrivato il lunedì quando cominciavano le catechesi. Alla fine è nata una comunità di 72 fratelli.

Kiko Arguello, Annotazioni 1988-2014, n.343

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Akedà – Legami

Un’altra spiegazione: Disse R. Jishaq: Quando Abramo stava per legare Isacco suo figlio, questi gli disse: Padre, io sono giovane e ho paura che forse tremi il mio corpo per la paura del coltello, mi faccia del male e forse la macellazione non sia valida e non ti sia considerato quale sacrificio: dunque legami bene e subito. E legò Isacco suo Figlio (Gen 22,9). Può un uomo legare un figlio di 37 anni senza il suo consenso? Subito stese Abramo la sua mano (Gen 22,10). Stendeva la mano per prendere il coltello e dai suoi occhi scendevano le lacrime, e le lacrime che provenivano dalla compassione paterna cadevano sugli occhi d’Isacco, tuttavia egli era felice di eseguire la Volontà del suo Creatore, mentre gli angeli si raccoglievano in schiere al disopra, e che cosa dicevano? Sono deserte le strade ed è cessato il transito per le vie, è stata infranta l’alleanza, ha disprezzato la città (Is 33,8). Non si compiace più di Gerusalemme e del Santuario che aveva intenzione di dare in possesso ai discendenti di Isacco. Non si tiene conto dell’uomo. Non sussiste il merito di Abramo. Nessuna creatura è considerata ai suoi occhi. Disse Rabbi Aha: Abramo cominciò a meravigliarsi: questi fatti non sono altro che fatti che portano stupore! Ieri dicesti: la tua discendenza prenderà il nome da Isacco (Gen 21,12), ed oggi hai cambiato e hai detto: prendi tuo figlio (Gen 22,2). Ed ora tu mi dici: Non mettere le mani addosso al ragazzo! Gli disse il Santo, che egli sia benedetto: Abramo, non infrangerò mai la mia alleanza ed il detto delle mie labbra non muterò (Sal 89,35), la mia alleanza manterrò con Isacco. Quando ti ho detto: Prendi tuo figlio, non ti ho detto: Scannalo, ma: Fallo salire. Te l’ho detto per amore, l’hai fatto salire ed hai eseguito il mio ordine, ora fallo scendere

Bereshit Rabbah 56.8

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Stabilì così per il marito e per la moglie il fondamento e la disposizione dell’amore, affidando a ciascuno il compito adatto: a questo il compito di comandare e proteggere, a quella di ubbidire

San Giovanni Crisostomo, Omelia XX sulla Lettera agli Efesini

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Amerai il Signore tuo Dio – Il martirio di Rabbì Aqibà

«E amerai il Signore tuo Dio».

Fu insegnato: R. Eliezer disse: Se fu detto: «Con tutta la tua anima», allora perché fu detto (anche): «Con tutte le tue facoltà»? E se fu detto: «Con tutte le tue facoltà», perché fu detto anche: «Con tutta la tua anima»? Ma ci può essere un uomo a cui la propria persona è più cara del denaro; per questo fu detto: «Con tutta l’anima tua». E vi può essere uno a cui il denaro è più caro della sua persona, e allora fu detto: «Con tutte le tue facoltà».

R. Aqibà disse: «Con tutta la tua anima» (significa): Anche se ti toglie l’anima. Insegnarono i nostri dottori: Una volta, il governo greco decretò che gli israeliti non potevano occuparsi dello studio della Legge. Venne Papos, figlio di Giuda, e trovò R. Aqibà che radunava molta gente e si occupava dello studio della Legge. Questi gli disse: Aqibà, non temi il governo? L’altro gli rispose: Ti darò un esempio: Una volpe camminava lungo il fiume e vide i pesci che si raccoglievano ora in un punto ora in un altro. Disse allora (la volpe): Davanti a chi fuggite? Le risposero: Davanti alle reti che gli uomini affondano contro di noi. Essa disse allora: Volete salire sulla terra asciutta e allora abiteremo io e voi assieme, così come dimorarono i padri miei con i vostri? Le risposero: Sei tu di cui si dice che sei la più scaltra fra le bestie? Invero non sei scaltra, ma stolta! Se nel nostro elemento vitale noi siamo presi da timore, tanto più lo saremo nell’elemento per noi mortale. Così anche noi: Se ora che ci occupiamo della Legge di cui si dice: «Invero, essa è la tua vita e la tua longevità» (Dt 30, 20), tale è la nostra sorte, se poi dovessimo staccarci da essa, tanto più (saremmo votati alla morte)!

Il martirio di Rabbì Aqibà

Si racconta: Non passarono che pochi giorni e R. Aqibà fu preso e imprigionato. Fu preso pure Papos, figlio di Giuda e fu imprigionato accanto a lui. Gli disse (R. Aqibà): Che cosa ti porta qui dentro? L’altro gli rispose: Beato te, R. Aqibà, che sei stato preso per via della Legge; e guai a me, Papos, che fui preso per cose futili! Allorché R. Aqibà fu portato al supplizio, era il tempo di recitare lo «Ascolta», e gli strappavano la carne con gli uncini di ferro, ed egli accettò il giogo del Regno dei Cieli [cioè si mise a recitare lo «Ascolta»]. Gli dissero allora i suoi discepoli: O nostro maestro, fino a questo punto (arriva la tua forza d’animo)? Egli rispose allora: Per tutta la mia vita io ero turbato dal versetto biblico: «Con tutta la tua anima», (interpretandolo): anche se Egli ti toglie l’anima! Io pensavo: quando avrò l’occasione per compiere ciò? Ora che ho l’occasione, non dovrei forse compiere tale precetto? Ed egli prolungò la parola: «Unico», finché non esalò l’anima, dicendo sempre la parola «Unico». Allora risuonò una voce celeste: Beato R. Aqibà che ha esalato l’anima con la parola «Unico». Dissero gli angeli ministranti dinanzi al Santo, Egli sia benedetto: Questo è lo studio della Legge e questo è il compenso? «Fu mortale dalla Tua mano, o Signore, fu mortale?» (Sal 17,14. Il significato dovrebbe essere: R. Aqibà avrebbe dovuto morire dalla mano tua, non per mano di un uomo). Egli (Dio) disse loro: «La loro sorte è nella vita eterna» (Sal 17,14). Risuonò una voce celeste che disse: Beato te, R. Aqibà, perché sei destinato per la vita futura.

(Il Trattato delle Benedizioni (Berakhot) del Talmud babilonese, UTET, Torino 1968, cap. IX, pp. 414-415)

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Come possiamo trovare la maniera per stupirci del mondo e al tempo stesso sentirci come se fossimo a casa?

Chesterton

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La cosa grata al Rabbi

da Il Covile del 19 ottobre 2003

Nel villaggio si racconta di un Rabbi che usava levarsi nel cuore della notte per studiare i sacri testi. Il suo studio si prolungava per ore ed ore, sicché quando iniziava le preghiere del mattino il sole era già alto.
Il villaggio del Rabbi era abitato unicamente da ebrei. A poche centinaia di metri sorgeva un altro villaggio, dove vivevano soltanto dei gentili.
Accadeva, ogni mattino, che quando le preghiere del Rabbi raggiungevano il massimo d’intensità, dalla Chiesa del villaggio le campane prendevano a stornire per annunciare la fine della funzione. S’inteneriva a quel suono il cuore del Rabbi, e nessuno seppe mai quali pensieri quel suono facesse sorgere nel suo animo.
Passò del tempo, passarono degli anni, finché giunse l’ora che il Santo Rabbi dovette lasciare questa Terra.
Ora si sa che quando un Santo Rabbi lascia questa terra scendono dal Cielo degli Angeli a raccogliere, teneramente, la sua anima, e a porgergli una domanda.
Cosa chiesero gli Angeli?
Gli chiesero: “Rabbi, tu hai vissuto una vita di santità ed hai diritto di portare con te, in Cielo, una cosa grata al tuo cuore”.
“Desidero – sussurrò il Rabbi – portare con me il suono della campana che si trova nei pressi del mio villaggio”.

Aldo Sonnino

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Joseph Ratzinger – L’Europa nella crisi delle culture

Conferenza tenuta il 1º aprile 2005 a Subiaco, al Monastero di Santa Scolastica, per la consegna all’autore del Premio San Benedetto “per la promozione della vita e della famiglia in Europa”del Card. Joseph Ratzinger

RIFLESSIONI SU CULTURE CHE OGGI SI CONTRAPPONGONO

Viviamo un momento di grandi pericoli e di grandi opportunità per l’uomo e per il mondo, un momento che è anche di grande responsabilità per tutti noi. Durante il secolo passato le possibilità dell’uomo e il suo dominio sulla materia sono cresciuti in misura davvero impensabile. Ma il suo poter disporre del mondo ha anche fatto sì che il suo potere di distruzione abbia raggiunto delle dimensioni che, a volte, ci fanno inorridire. A tale proposito viene spontaneo pensare alla minaccia del terrorismo, questa nuova guerra senza confini e senza fronti. Il timore che esso possa presto impossessarsi delle armi nucleari e biologiche non è infondato e ha fatto sì che, all’interno degli Stati di diritto, si sia dovuti ricorrere a sistemi di sicurezza simili a quelli che prima esistevano soltanto nelle dittature; ma rimane comunque la sensazione che tutte queste precauzioni in realtà non possano mai bastare, non essendo possibile né desiderabile un controllo globale. Meno visibili, ma non per questo meno inquietanti, sono le possibilità di automanipolazione che l’uomo ha acquisito. Egli ha scandagliato i recessi dell’essere, ha decifrato le componenti dell’essere umano, e ora è in grado, per così dire, di “costruire” da sé l’uomo, che così non viene più al mondo come dono del Creatore, ma come prodotto del nostro agire, prodotto che, pertanto, può anche essere selezionato secondo le esigenze da noi stessi fissate. Così, su quest’uomo non brilla più lo splendore del suo essere immagine di Dio, che è ciò che gli conferisce la sua dignità e la sua inviolabilità, ma soltanto il potere delle capacità umane. Egli non è più altro che immagine dell’uomo – di quale uomo? A questo si aggiungono i grandi problemi planetari: la disuguaglianza nella ripartizione dei beni della terra, la crescente povertà, anzi l’impoverimento, lo sfruttamento della terra e delle sue risorse, la fame, le malattie che minacciano tutto il mondo, lo scontro delle culture. Tutto ciò mostra che al crescere delle nostre possibilità non corrisponde un uguale sviluppo della nostra energia morale. La forza morale non è cresciuta assieme allo sviluppo della scienza, anzi, piuttosto è diminuita, perché la mentalità tecnica confina la morale nell’ambito soggettivo, mentre noi abbiamo bisogno proprio di una morale pubblica, una morale che sappia rispondere alle minacce che gravano sull’esistenza di tutti noi. Il vero, più grave pericolo di questo momento sta proprio in questo squilibrio tra possibilità tecniche ed energia morale. La sicurezza, di cui abbiamo bisogno come presupposto della nostra libertà e della nostra dignità, non può venire in ultima analisi da sistemi tecnici di controllo, ma può, appunto, scaturire soltanto dalla forza morale dell’uomo: laddove essa manca o non è sufficiente, il potere che l’uomo ha si trasformerà sempre di più in un potere di distruzione.

È vero che oggi esiste un nuovo moralismo le cui parole-chiave sono giustizia, pace, conservazione del creato, parole che richiamano dei valori morali essenziali di cui abbiamo davvero bisogno. Ma questo moralismo rimane vago e scivola così, quasi inevitabilmente, nella sfera politico-partitica. Esso è anzitutto una pretesa rivolta agli altri, e troppo poco un dovere personale della nostra vita quotidiana. Infatti, cosa significa giustizia? Chi lo definisce? Che cosa serve alla pace? Negli ultimi decenni abbiamo visto ampiamente nelle nostre strade e sulle nostre piazze come il pacifismo possa deviare verso un anarchismo distruttivo e verso il terrorismo. Il moralismo politico degli anni Settanta, le cui radici non sono affatto morte, fu un moralismo che riuscì ad affascinare anche dei giovani pieni di ideali. Ma era un moralismo con indirizzo sbagliato in quanto privo di serena razionalità, e perché, in ultima analisi, metteva l’utopia politica al di sopra della dignità del singolo uomo, mostrando persino di poter arrivare, in nome di grandi obbiettivi, a disprezzare l’uomo. Il moralismo politico, come l’abbiamo vissuto e come lo viviamo ancora, non solo non apre la strada a una rigenerazione, ma la blocca. Lo stesso vale, di conseguenza, anche per un cristianesimo e per una teologia che riducono il nocciolo del messaggio di Gesù, il “Regno di Dio”, ai “valori del Regno”, identificando questi valori con le grandi parole d’ordine del moralismo politico, e proclamandole, nello stesso tempo, come sintesi delle religioni. Dimenticandosi però, così, di Dio, nonostante sia proprio Lui il soggetto e la causa del Regno di Dio. Al suo posto rimangono grandi parole (e valori) che si prestano a qualsiasi tipo di abuso.

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«La grande marcia della distruzione mentale proseguirà. Tutto verrà negato. Tutto diventerà un credo. E’ un atteggiamento ragionevole negare l’esistenza delle pietre sulla strada; sarà un dogma religioso affermarla. E’ una tesi razionale pensare di vivere tutti in un sogno; sarà un esempio dì saggezza mistica affermare che siamo tutti svegli. Accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Non ci resterà quindi che difendere non solo le incredibili virtù e saggezze della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso e impossibile universo che ci guarda dritto negli occhi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Saremo tra coloro che hanno visto eppure hanno creduto.»

(G. K. Chesterton, Eretici, 1905)

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La dittatura morbida della gay culture. Sei contro le nozze arcobaleno? Rischi il posto e l’obbrobrio morale

Vinta la battaglia politica a favore delle nozze arcobaleno in America e praticamente in tutta Europa, adesso la militanza Lgbt prepara l’offensiva culturale sulle torte

Source: La dittatura morbida della gay culture. Sei contro le nozze arcobaleno? Rischi il posto e l’obbrobrio morale

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