Linea di San Michele

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Testimonianza di evangelizzazione in Cina

Sono nate le prime due comunità neocatecumenali in Cina. Ci hanno raccontato che nella convivenza, al termine della catechesi, uno dei corresponsabili ha riferito il motivo per cui era andato ad ascoltarle, non essendo né di quella parrocchia, né di quel paese. Ha raccontato che suo figlio, di 30 anni, gli ha detto che la Vergine Maria, insieme con la sua sposa, morta da due anni, accompagnata da due angeli, gli era apparsa in sogno, dicendogli: “Va’ e di’ a tuo padre che vada nel tal paese, distante 40 km, perché sono arrivati due missionari stranieri, e che assista alle loro catechesi”. Lui si è messo in cammino ed è arrivato il lunedì quando cominciavano le catechesi. Alla fine è nata una comunità di 72 fratelli.

Kiko Arguello, Annotazioni 1988-2014, n.343

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Ciao Carmen

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Carmen (Milano, 3 giugno 2012)

Quando la vidi lì, sul palco, accanto a Kiko e Padre Mario, non pensavo che sarebbe stata una delle ultime volte. Ero lì sul palco con le famiglie della missio ad gentes a ricevere il Rosario con gli altri ragazzi, vedevo i tre responsabili del Cammino e pensavo che davvero era tutta un’opera dello Spirito Santo, se da queste persone normali, disorganizzate, semplici, è potuto nascere tutto quello che è nato. Era il 3 giugno 2012, eravamo a Milano, all’incontro delle famiglie, dopo la messa con papa Benedetto.

Io sono di quelli che senza di lei, forse, non sarebbe neanche nato, e con me moli di quelli che conosco, compresi mia moglie e mio figlio. Non ci sarebbe stata un’opera di evangelizzazione forte, con migliaia di persone che hanno conosciuto Cristo e sono stati trasformati da Lui.

Sono grato al Signore di aver donato alla Chiesa e al mondo una donna forte come Carmen, una vera femminista, una catechista santa che ha sciolto i suoi legami con il mondo per annunciare il Kerygma da ogni parte.

Mi mancheranno le sue gag sul palco con Kiko, le sue magliette improponibili, il suo itagnolo a volte incomprensibile, la sua genialità e la sua libertà di fronte al mondo.

A presto, Carmen. Hai guadagnato il Regno.

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Joseph Ratzinger – L’Europa nella crisi delle culture

Conferenza tenuta il 1º aprile 2005 a Subiaco, al Monastero di Santa Scolastica, per la consegna all’autore del Premio San Benedetto “per la promozione della vita e della famiglia in Europa”del Card. Joseph Ratzinger

RIFLESSIONI SU CULTURE CHE OGGI SI CONTRAPPONGONO

Viviamo un momento di grandi pericoli e di grandi opportunità per l’uomo e per il mondo, un momento che è anche di grande responsabilità per tutti noi. Durante il secolo passato le possibilità dell’uomo e il suo dominio sulla materia sono cresciuti in misura davvero impensabile. Ma il suo poter disporre del mondo ha anche fatto sì che il suo potere di distruzione abbia raggiunto delle dimensioni che, a volte, ci fanno inorridire. A tale proposito viene spontaneo pensare alla minaccia del terrorismo, questa nuova guerra senza confini e senza fronti. Il timore che esso possa presto impossessarsi delle armi nucleari e biologiche non è infondato e ha fatto sì che, all’interno degli Stati di diritto, si sia dovuti ricorrere a sistemi di sicurezza simili a quelli che prima esistevano soltanto nelle dittature; ma rimane comunque la sensazione che tutte queste precauzioni in realtà non possano mai bastare, non essendo possibile né desiderabile un controllo globale. Meno visibili, ma non per questo meno inquietanti, sono le possibilità di automanipolazione che l’uomo ha acquisito. Egli ha scandagliato i recessi dell’essere, ha decifrato le componenti dell’essere umano, e ora è in grado, per così dire, di “costruire” da sé l’uomo, che così non viene più al mondo come dono del Creatore, ma come prodotto del nostro agire, prodotto che, pertanto, può anche essere selezionato secondo le esigenze da noi stessi fissate. Così, su quest’uomo non brilla più lo splendore del suo essere immagine di Dio, che è ciò che gli conferisce la sua dignità e la sua inviolabilità, ma soltanto il potere delle capacità umane. Egli non è più altro che immagine dell’uomo – di quale uomo? A questo si aggiungono i grandi problemi planetari: la disuguaglianza nella ripartizione dei beni della terra, la crescente povertà, anzi l’impoverimento, lo sfruttamento della terra e delle sue risorse, la fame, le malattie che minacciano tutto il mondo, lo scontro delle culture. Tutto ciò mostra che al crescere delle nostre possibilità non corrisponde un uguale sviluppo della nostra energia morale. La forza morale non è cresciuta assieme allo sviluppo della scienza, anzi, piuttosto è diminuita, perché la mentalità tecnica confina la morale nell’ambito soggettivo, mentre noi abbiamo bisogno proprio di una morale pubblica, una morale che sappia rispondere alle minacce che gravano sull’esistenza di tutti noi. Il vero, più grave pericolo di questo momento sta proprio in questo squilibrio tra possibilità tecniche ed energia morale. La sicurezza, di cui abbiamo bisogno come presupposto della nostra libertà e della nostra dignità, non può venire in ultima analisi da sistemi tecnici di controllo, ma può, appunto, scaturire soltanto dalla forza morale dell’uomo: laddove essa manca o non è sufficiente, il potere che l’uomo ha si trasformerà sempre di più in un potere di distruzione.

È vero che oggi esiste un nuovo moralismo le cui parole-chiave sono giustizia, pace, conservazione del creato, parole che richiamano dei valori morali essenziali di cui abbiamo davvero bisogno. Ma questo moralismo rimane vago e scivola così, quasi inevitabilmente, nella sfera politico-partitica. Esso è anzitutto una pretesa rivolta agli altri, e troppo poco un dovere personale della nostra vita quotidiana. Infatti, cosa significa giustizia? Chi lo definisce? Che cosa serve alla pace? Negli ultimi decenni abbiamo visto ampiamente nelle nostre strade e sulle nostre piazze come il pacifismo possa deviare verso un anarchismo distruttivo e verso il terrorismo. Il moralismo politico degli anni Settanta, le cui radici non sono affatto morte, fu un moralismo che riuscì ad affascinare anche dei giovani pieni di ideali. Ma era un moralismo con indirizzo sbagliato in quanto privo di serena razionalità, e perché, in ultima analisi, metteva l’utopia politica al di sopra della dignità del singolo uomo, mostrando persino di poter arrivare, in nome di grandi obbiettivi, a disprezzare l’uomo. Il moralismo politico, come l’abbiamo vissuto e come lo viviamo ancora, non solo non apre la strada a una rigenerazione, ma la blocca. Lo stesso vale, di conseguenza, anche per un cristianesimo e per una teologia che riducono il nocciolo del messaggio di Gesù, il “Regno di Dio”, ai “valori del Regno”, identificando questi valori con le grandi parole d’ordine del moralismo politico, e proclamandole, nello stesso tempo, come sintesi delle religioni. Dimenticandosi però, così, di Dio, nonostante sia proprio Lui il soggetto e la causa del Regno di Dio. Al suo posto rimangono grandi parole (e valori) che si prestano a qualsiasi tipo di abuso.

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Papa Francesco risponde ad Antonio Socci

Sig.Antonio Socci
Caro fratello:
Ho ricevuto il suo libro e la lettera che lo accompagnava.
Grazie tante per questo gesto. Il Signore la ricompensi.
Ho cominciato a leggerlo e sono sicuro che tante delle cose riportate mi faranno molto bene. In realtà, anche le critiche ciaiutano a camminare sulla retta via del Signore.
La ringrazio davvero tanto per le sue preghiere e quelle della sua famiglia. Le prometto che pregherò per tutti Voi chiedendo al Signore di benedirVi e alla Madonna di custodirVi.
Suo fratello e servitore nel Signore,
FRANCESCO

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Discorso di Papa Francesco alle famiglie

VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
IN MESSICO

(12-18 FEBBRAIO 2016)

INCONTRO CON LE FAMIGLIE

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Stadio “Víctor Manuel Reyna”, Tuxtla Gutiérrez
Lunedì, 15 febbraio 2016

Carissimi fratelli e sorelle,

Rendo grazie a Dio per essere oggi in questa terra del Chiapas. È bello essere su questo suolo, è bello essere su questa terra, è bello essere in questo luogo che grazie a voi ha sapore di famiglia, di casa. Rendo grazie per i vostri volti e la vostra presenza, ringrazio Dio per il palpitare della Sua presenza nelle vostre famiglie. E grazie anche a voi, famiglie e amici, che ci avete regalato la vostra testimonianza, che ci avete aperto le porte delle vostre case, le porte della vostra vita; ci avete permesso di sedere alla vostra “mensa” dove condividete il pane che vi nutre e il sudore davanti alle difficoltà quotidiane. Il pane delle gioie, della speranza, dei sogni e del sudore davanti alle amarezze, alla delusione e alle cadute. Grazie per averci permesso di entrare nelle vostre famiglie, alla vostra mensa, nella vostra casa.

Manuel, prima di ringraziarti per la tua testimonianza, voglio ringraziare i tuoi genitori: tutt’e due in ginocchio davanti a te tenendoti il foglio. Avete visto che immagine è questa? I genitori in ginocchi accanto al figlio malato. Non dimentichiamo questa immagine! Poi loro ogni tanto litigano pure… Quale marito e quale moglie non litigano? E di più quando ci si mette la suocera, ma non importa… Però si amano, e ci hanno dimostrato che si amano e sono capaci, per l’amore che hanno, di mettersi in ginocchio davanti a loro figlio malato. Grazie amici per questa testimonianza che avete dato, e andate avanti. Grazie! E a te, Manuel, grazie per la tua testimonianza e soprattutto per il tuo esempio. Mi ha colpito quell’espressione che hai usato: “dare coraggio” (echarle ganas), come l’atteggiamento che hai assunto dopo aver parlato con i tuoi genitori. Hai iniziato a dare coraggio alla vita, dare coraggio alla tua famiglia, dare coraggio tra i tuoi amici e dare coraggio anche a noi qui riuniti. Grazie! Credo che questo sia ciò che lo Spirito Santo vuole sempre fare in mezzo a noi: dare coraggio, regalarci motivi per continuare a scommettere sulla famiglia, a sognare e costruire una vita che sappia di casa e di famiglia. Ce la mettiamo tutta? [“Sì!”]. Grazie!

E questo è ciò che Dio Padre ha sempre immaginato e per cui fin dai tempi antichi Dio Padre ha combattuto. Quando tutto sembrava perduto quella sera nel giardino dell’Eden, Dio Padre ha dato coraggio a quella giovane coppia e le ha mostrato che non tutto era perduto. E quando il popolo di Israele sentiva che non c’era più un senso nell’attraversare il deserto, Dio Padre lo ha incitato ad avere coraggio con la manna. E quando venne la pienezza dei tempi, Dio Padre ha dato coraggio all’umanità per sempre dandoci il suo Figlio!

Allo stesso modo, tutti noi che siamo qui abbiamo fatto esperienza che, in molti momenti e in forme differenti, Dio Padre ha dato coraggio alla nostra vita. Possiamo dunque chiederci: perché? Perché non può sa fare altro! Dio nostro Padre non sa fare altro che amarci e darci coraggio, e spingerci e farci andare avanti. Non sa fare altro! Perché il suo nome è amore, il suo nome è dono gratuito, il suo nome è dedizione, il suo nome è misericordia. Tutto ciò ce lo ha fatto conoscere in tutta la sua forza e chiarezza in Gesù, suo Figlio, che ha speso la sua vita fino alla morte per rendere possibile il Regno di Dio. Un Regno che ci invita a partecipare a quella nuova logica, che mette in moto una dinamica in grado di aprire i cieli, in grado di aprire i nostri cuori, le nostre menti, le nostre mani e ci sfida con nuovi orizzonti. Un Regno che ha il sapore di famiglia, che ha il sapore di vita condivisa. In Gesù e con Gesù questo Regno è possibile. Egli è in grado di trasformare le nostre prospettive, i nostri atteggiamenti, i nostri sentimenti, tante volte annacquati, in vino di festa. Egli è in grado di guarire i nostri cuori e ci invita più e più volte, settanta volte sette a ricominciare. Egli è sempre in grado di rendere nuove tutte le cose.

Manuel, tu mi hai chiesto di pregare per tanti adolescenti che sono scoraggiati e vivono momenti difficili. Lo sappiamo… Tanti adolescenti senza slancio, senza forza, svogliati. E come hai detto bene, Manuel, spesso questo atteggiamento nasce perché si sentono soli, perché non hanno nessuno con cui parlare. Pensateci, voi padri, pensateci, voi madri: parlate con i vostri figli e le vostre figlie? O siete sempre occupati, oberati? Giocate con i vostri figli? E questo mi ha ricordato la testimonianza che ci ha donato Beatriz. Beatriz, tu hai detto: “La lotta è  sempre stata difficile per l’incertezza e la solitudine”. Quante volte ti sei sentita mostrata a dito, giudicata: “quella”. Pensiamo a tutte le persone, a tutte le donne che passano per quello che ha passato Beatriz. La precarietà, la scarsità, molto spesso il non avere neppure il minimo indispensabile può farci disperare, può farci sentire una forte ansia perché non sappiamo come fare per andare avanti, e ancora di più quando abbiamo dei figli a carico. La precarietà, non solo minaccia la stomaco (e questo è già molto), ma può minacciare perfino l’anima, ci può demotivare, toglierci forza e tentarci con strade o alternative di apparente soluzione ma che alla fine non risolvono nulla. E tu sei stata coraggiosa, Beatriz, grazie! C’è una precarietà che può essere molto pericolosa, che può insinuarsi in noi senza che ce ne accorgiamo, ed è la precarietà che nasce dalla solitudine e dall’isolamento. E l’isolamento è sempre un cattivo consigliere.

Manuel e Beatriz hanno usato, senza accorgersi, la stessa espressione, entrambi ci mostrano come tante volte la più grande tentazione che abbiamo di fronte è starcene da soli, e lungi dal darci coraggio, questo atteggiamento, come la tarma, ci corrode l’anima, ci inaridisce l’anima.

Il modo di combattere questa precarietà e questo isolamento, che ci rendono vulnerabili da tante apparenti soluzioni – come quella che menzionava Beatriz – va dato a diversi livelli. Uno è attraverso leggi che proteggano e garantiscano il minimo necessario affinché ogni famiglia e ogni persona possa crescere attraverso lo studio e un lavoro dignitoso. E l’altro, come hanno ben sottolineato le testimonianze di Humberto e Claudia quando ci hanno detto che stavano cercando di trasmetterci l’amore di Dio che avevano sperimentato nel servizio e nell’assistenza agli altri. Leggi e impegno personale sono un buon abbinamento per spezzare la spirale della precarietà. E voi vi siete fatti coraggio; e voi pregate, voi state con Gesù, voi siete inseriti nella vita della Chiesa. Avete usato una bella espressione: “Noi facciamo comunione con il fratello debole, il malato, il bisognoso, il carcerato”. Grazie, grazie!

Oggi vediamo e viviamo su diversi fronti come la famiglia venga indebolita, come viene messa in discussione. Come si crede che essa sia un modello ormai superato e incapace di trovare posto all’interno delle nostre società che, sotto il pretesto della modernità, sempre più favoriscono un sistema basato sul modello dell’isolamento. E si insinuano nelle nostre società – che si dicono società libere, democratiche, sovrane – si insinuano colonizzazioni ideologiche che le distruggono, e finiamo per essere colonie di ideologie distruttrici della famiglia, del nucleo della famiglia, che è la base di ogni sana società.

Certo, vivere in famiglia non sempre è facile, spesso è doloroso e faticoso, ma, come più di una volta ho detto riferendomi alla Chiesa, penso che questo possa essere applicato anche alla famiglia: preferisco una famiglia ferita che ogni giorno cerca di coniugare l’amore, a una famiglia e una società malata per la chiusura o la comodità della paura di amare. Preferisco una famiglia che una volta dopo l’altra cerca di ricominciare a una famiglia e una società narcisistica e ossessionata dal lusso e dalle comodità. “Quanti figli avete?” – “No, non ne abbiamo perché ci piace andare in vacanza, fare turismo, voglio comprarmi una villa…”. Il lusso e la comodità; e i figli aspettano; e quando ne vuoi uno, ormai è passato il momento. Che danno che fa questo! Preferisco una famiglia con la faccia stanca per i sacrifici a una famiglia con le facce imbellettate che non sanno di tenerezza e compassione. Preferisco un uomo e una donna, il Signor Aniceto e la Signora, con il viso rugoso per le fatiche di tutti i giorni, che da più di 50 anni continuano a volersi bene, e oggi li abbiamo qui; e il figlio ha imparato la lezione, e già fa 25 anni di matrimonio. Queste sono le famiglie! Quando prima ho chiesto al Signor Aniceto e alla Signora chi ha avuto più pazienza in questi 50 anni: “Tutt’e due, padre”. Perché in famiglia, per arrivare dove sono arrivati loro, ci vuole pazienza, amore, bisogna sapersi perdonare. “Padre, in una famiglia perfetta non ci sono mai discussioni”. Non è vero: è bene che ogni tanto si discuta, e che voli qualche piatto, va bene, non abbiate paura. L’unico consiglio è di non finire la giornata senza fare la pace, perché se finite la giornata in guerra arrivate al mattino in “guerra fredda”, e la “guerra fredda” è molto pericolosa in famiglia perché va scavando da sotto le rughe della fedeltà coniugale. Grazie per la testimonianza di volersi bene per più di 50 anni. Tante grazie!

E parlando di rughe – per cambiare un po’ argomento – ricordo la testimonianza di una grande attrice, un’attrice di cinema latinoamericana, quando già quasi sessantenne cominciavano a mostrarsi le rughe del viso e le consigliarono un “ritocco”, un “ritocchino” per poter continuare a lavorare bene, la sua risposta fu molto chiara: “Questa rughe mi sono costate molto lavoro, molto sforzo, molto dolore e una vita piena, nemmeno per sogno le voglio toccare: sono le impronte della mia storia”. E continuò ad essere una grande attrice. Nel matrimonio succede lo stesso. La vita matrimoniale deve rinnovarsi tutti i giorni. E, come ho detto prima, preferisco famiglie con le rughe, con ferite, cicatrici, ma che vanno avanti perché quelle ferite, quelle cicatrici, quelle rughe sono frutto della fedeltà di un amore che non sempre è stato facile. L’amore non è facile, non è facile, no, ma è la cosa più bella che un uomo e una donna possono darsi a vicenda, il vero amore, per tutta la vita.

Mi hanno chiesto di pregare per voi, e voglio iniziare a farlo proprio adesso. Voi, cari messicani, avete un “di più”, correte avvantaggiati. Avete la Madre, la Madonna di Guadalupe che ha voluto visitare queste terre, e questo ci dà la certezza che, attraverso la sua intercessione, questo sogno chiamato famiglia non sarà sconfitto dall’insicurezza e dalla solitudine. Lei è madre ed è sempre pronta a difendere le nostre famiglie, a difendere il nostro futuro, è sempre pronta a darci coraggio donandoci il suo Figlio. Per questo vi invito, così come state, senza muovervi molto, a prendervi per mano e insieme a dirle: “Ave Maria…”.

E non dimentichiamoci di san Giuseppe! Silenzioso, lavoratore, ma sempre sulla breccia, sempre a prendersi cura della famiglia.

Grazie! Dio vi benedica, e pregate per me.

* * *

Ed ora, in questo quadro di festa familiare, voglio invitare i coniugi qui presenti a rinnovare, in silenzio, le loro promesse matrimoniali. E quelli che sono fidanzati, chiedano la grazia di una famiglia fedele e piena d’amore. In silenzio, rinnovare le promesse matrimoniali, e i fidanzati chiedere la grazia di una famiglia fedele e piena d’amore.

fonte: http://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2016/february/documents/papa-francesco_20160215_messico-famiglie.html

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“Fino a quando, Signore?”

Lettera di Padre Ibrahim,
dalle macerie di Aleppo

di Ibrahim Alsabagh, parroco di Aleppo, 9 febbraio 2016

Cari amici, provo a raccontare quello che stiamo vivendo ad Aleppo da quando è cominciata l’offensiva dell’esercito per riprendere la città. Nella notte tra il 3 e il 4 febbraio, due missili lanciati dagli jihadisti hanno colpito la zona di Soulaymanieh-Ram, dove è collocata la nostra succursale. Avevo pensato di radunare i Frati, in un Capitolo locale pastorale, per vedere come potevamo intensificare il servizio svolto nella zona di Soulaymanieh e di Midaan, quando ci ha raggiunto la notizia dell’accaduto. Il risultato dei bombardamenti, incessanti, è sempre lo stesso: morte e distruzione di case. Due cristiani sono rimasti uccisi; diversi feriti e diverse case danneggiate.

Siamo scoraggiati, perché avevamo appena finito di riparare i danni dei missili caduti il 12 aprile 2015, quando sono arrivati queste nuove bombe, distruggendo nuovamente quello che abbiamo appena riparato. La nostra chiesa non è stata per ora danneggiata, ma il tetto delle aule di catechismo è stato colpito e parzialmente distrutto, le pareti sono state danneggiate dalle scosse e dalle esplosioni e così i vetri, che sono andati in frantumi. Il missile che è caduto direttamente sulla succursale ha forato il tetto, colpendo la statua della Madonna, il campanile e alcuni depositi di acqua, nuovamente installati. La statua della Madonna è stata ridotta in mille pezzi e potete immaginare il nostro dolore: il volto della Vergine in frantumi in mezzo alla strada, oltraggiato. Mentre l’altro missile è caduto per la strada, danneggiando l’entrata della succursale e ammazzando due uomini cristiani, senza risparmiare gli edifici che, nel passato, sono stati colpiti da diversi missili e bombe. Noi frati siamo subito andati a visitare le case negli edifici vicini alla nostra succursale, dove i due uomini sono stati colpiti e uccisi e abbiamo ascoltato l’esperienza dolorosa delle mamme e dei padri di famiglie che ci raccontavano dell’accaduto e di come hanno vissuto, insieme ai loro figli, il terrore e lo spavento. Stiamo cercando di stare vicini alla nostra gente, che bussa alla nostra porta cercando aiuto. La nostra succursale infatti accoglie le famiglie della zona, ma anche quelle di Midaan (che hanno cercato riparo dopo che la chiesa di Bicharat a Midaan è stata distrutta). Ospitiamo anche la Comunità cristiana maronita che celebra da noi diverse Messe settimanali, dopo la distruzione delle sue chiese nelle zone vicine. È il luogo dove diversi gruppi parrocchiali si ritrovano per i loro raduni settimanali e dove trova spazio anche una scuola per i sordo-muti: uno dei pochissimi centri di questo genere rimasti attivi oggi ad Aleppo. Oltre all’accoglienza e al servizio umano e spirituale menzionato, si distribuisce l’acqua alla gente, dal pozzo che abbiamo dentro la medesima succursale.

I lanci di missili da parte dei gruppi jiahdisti, come risposta all’avanzata delle forze governative e dei loro alleati, è continuata anche la notte tra il 4 e il 5 febbraio. Ancora una volta, siamo stati colpiti al cuore. Le esplosioni hanno interessato il quartiere di Midaan, la zona a maggioranza cristiana. La distruzione è stata totale: i poveri abitanti rimasti sono nuovamente senza casa. Provate a immaginare cosa voglia dire per noi stare qui mentre di notte cadono i missili. Senza sapere cosa accadrà. Un’anziana signora piangeva raccontando che la gente non sapeva come comportarsi, quale decisione prendere: uscire dalle case per scappare con il pericolo di incontrare “sorella morte” per la strada o rimanere nelle abitazioni rintanati, con il pericolo che i missili le distruggano?

Alcune famiglie hanno deciso di dormire al freddo all’entrata delle loro abitazioni, altri sotto le scale Una signora che ha bussato la nostra porta chiedendo aiuto, mentre portava in braccio il suo bambino, e mi ha raccontato che c’erano delle persone che sono rimaste sotto le macerie. Alle sue grida di soccorso, con l’intenzione che venisse qualcuno ad aiutare quella povera gente, nessuno aveva il coraggio di rispondere. I feriti sono rimasti lì, e così anche i cadaveri, per ore e ore. Noi però non ci arrendiamo. Siamo tribolati ma non schiacciati. Alle case danneggiate che abbiamo visitato, insieme con l’ingegnere, abbiamo distribuito subito scatole di alimentari di emergenza e abbiamo iniziato a riparare, cominciando dalle porte e le finestre. Per chi ha avuto la casa tutta danneggiata, abbiamo aiutato con i soldi per prendere case in affitto per tre mesi, con la possibilità di rinnovare il pagamento. In tantissimi bussano alla nostra porta terrorizzati, soprattutto le famiglie con i bambini piccoli. La maggior parte di loro non ce la fa a pensare di fuggire: non hanno neanche un soldino per il trasporto. Per me, in questa situazione, non restano che l’accoglienza e l’ascolto. Dopodiché, bisogna passare subito all’azione: non si può rimandare all’indomani. Il lavoro però è immenso e così anche le necessità.

Rimane il problema grandissimo dell’acqua: mentre i missili cadevano, era impressionante vedere la gente aggirarsi cercando l’acqua. Le persone sono disperate e sfidano i missili e la pioggia, pur di attingere acqua dai rubinetti installati lungo la strada, dove ci sono i pozzi. Ormai, è da più di dieci giorni che siamo senza acqua. Il dollaro arriva a 410 l.s. oggi, mentre ieri aveva il prezzo di 400. Questo vuole dire che i prezzi di alimentari s’è alzato da un giorno all’altro, anche quello delle cose più leggere e più semplici di verdura.. Una signora racconta che ormai le entrate mensili, per lei che ha ancora un lavoro e un’entrata fissa mensile, non permette oggi di comprare un piatto di verdura giornaliero per tutto il mese.

Dentro il dolore di questi giorni, mi torna alla mente il Salmo che dice: “Fino a quando Signore ti scorderai di me?”. La domanda a volte affiora: il Signore ci ha abbandonato? Ma dove è il Signore? È un momento dove la fede viene scossa fortemente dalle sue radici per tutto il “piccolo gregge” che è rimasto ancora ad Aleppo. A Saul, il Risorto l’aveva chiesto: “Perché mi perseguiti?”, lasciando una conferma sicura della Sua unione con le membra del Suo Corpo mistico. Egli è presente; sofferente e appeso sulla croce e non “guarda da lontano mentre i Suoi soffrono”. Egli è presente in mezzo al Suo popolo; lo aiuta e lo assiste attraverso la tenerezza misericordiosa dei suoi pastori; anche se sono molto affaticati e amareggiati al vedere cosa succede al loro gregge. Così è per noi, frati francescani. E per questo rimaniamo qui.

fonte: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-lettera-di-padre-ibrahim-dalle-macerie-di-aleppo-15247.htm

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Appello per Aleppo del vicario apostolico Georges Abou Khazen

Cari amici : Pace e Bene

Vi scrivo da Aleppo dove siamo da qualche giorno sotto continui bombardamenti sui civili causando morti, feriti e distruzione, solo la notte scorsa abbiamo avuto nei nostri quartieri 4 quattro morti e più di quindici feriti, oltre le case e gli appartamenti danneggiati!

Questi bombardamenti vengono effettuati dai gruppi chiamati ‘opposizione moderata’ e come tali difesi , protetti ed armati ma in realta’ non differiscono dagli altri JIHADISTI se non col nome solamente.

Sembra che abbiano avuto il fuoco verde per intensificare i loro bombardamenti sui civili. Forso vogliono fare fallire i negoziati di pace?! O fare intervenire delle forze regionali ed impedire l’ esercito regolare di avanzare e liberare la regione dal terrorismo e dai Jihadisti?!

Facciamo appello di fare cessare questi bombardamenti ed incoraggiare le parti a sedere sul tavolo delle trattative e che i siriani risolvano col dialogo i loro problemi tra di loro.

Il Signore ci dia la sua Pace.

Grazie e saluti.

+Georges-Abou-Khazen Vicario Apostolico di Aleppo

Dal blog ORA PRO SIRIA

http://oraprosiria.blogspot.com/2016/02/appello-per-aleppo-dal-vicario.html

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Sulla Profezia di San Malachia

Voglio provare a dare la mia personale interpretazione della profezia dei Papi attribuita a San Malachia.

Riguardo a questo elenco io mi sono sempre chiesto come mai siano stati attribuiti motti anche agli antipapi, mi sembra che non abbia molto senso, dal momento che non è neanche chiaro chi e quanti siano stati. Per ovvi motivi non esistono antipapi “ufficiali”.

Su questo sito ci sono le attribuzioni dei motti escludendo gli antipapi: http://www.salpan.org/ARTICOLI/Malachia.htm, e anche a prima vista i motti degli ultimi papi mi sembrano molto più calzanti rispetto all’interpretazione tradizionale.
Grazie a un po’ di conoscenza personale e a Wikipedia ho cercato di dare le mie interpretazioni dei papi più recenti.
Francesco sarebbe “Lumen de coelo“, può essere riferito alla stella e al sole su sfondo azzurro presenti nello stemma, ma potrebbe anche essere un’anticipazione del segno promesso dalla Madonna a Medjugorje.
Benedetto XVI è “Crux de Cruce“, Croce dalla Croce. Sembra un riferimento agli scandali dei preti pedofili, di vatileaks e tutti gli attacchi al pontefice venuti dall’interno della chiesa stessa.
Giovanni Paolo II è “De balneis Etruriae“, e mi fa venire in mente la chiesa di Pantano a Civitavecchia, in Etruria, dove c’è stata la lacrimazione della Madonna.
Giovanni Paolo I è stato certamente un “Vir religiosus“, un uomo pio.
Per Paolo VI, “Canis et coluber” (cane e serpente) può far riferimento alla fedeltà e all’astuzia del pontefice, mentre “Aquila rapax” per Giovanni XXIII può simboleggiare l’intelligenza e il coraggio intraprendente.
Pio XII è stato “Peregrinus apostolicus” prima di diventare Papa, compiendo numerosi viaggi come nunzio apostolico.
Pio XI, Achille Ratti, è “Ursus velox” (ratto e veloce sono sinonimi), mentre Benedetto XV è “Rosa Umbriae“, che sembra un riferimento a Santa Rita da Cascia, e in effetti questo pontefice fece delle importanti donazioni al monastero di Cascia per costruire la nuova basilica con il santuario a lei dedicato.
Pio X era figlio di contadini, viveva in campagna, per questo gli si addice “Animal rurale
Leone XIII è stato sicuramente una “Columna excelsa“, mentre Pio IX è stato davvero un “Miles in bello“, subendo la conquista da parte dell’esercito italiano.
Gregorio XVI è “De bona religione“, infatti era un religioso dell’ordine dei Camaldolesi.

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Fiamma Nirenstein sulla visita del Papa

Riporto un condivisibile articolo di Fiamma Nirenstein sull’ambiguità dell’occidente e della chiesa sui rapporti tra Israele e Territori Palestinesi.

da Il Giornale, 18 gennaio 2016

E’ stato un giorno importante ieri al Portico di Ottavia: il mondo sa un pò meglio adesso che deve seguitare a cercare la pace, l’accordo e la convivenza nonostante la tabe del terrorismo che insanguina il mondo e perseguita gli ebrei, i cristiani e anche i musulmani stessi. Consapevoli della severità del compito, il Papa e il rabbino Di Segni hanno cercato di tracciare la strada di una sempre più duratura e stabile amicizia tenendo conto del terremoto che investe il mondo.

Per gli ebrei è l’anno 5776, un conto affettuoso e possessivo dalla nascita del mondo, ovvero da quando la Bibbia lo conta come tale. Di certo il Papa era consapevole, mentre ieri varcava le soglie di pietra del Tempio ebraico fra due ali di folla emozionata, di avere su di sé gli occhi dei quattromila anni della difficile storia da Abramo. Una visita al Popolo Ebraico da una posizione di influenza e potere come quella del Pontefice comporta accenti fatali. E’ la terza volta che un pontefice visita la Sinagoga, Giovanni Paolo nell’86, Benedetto nel 2010, e ogni volta sono diverse le sfide del tempo, nel ricucire l’antico strappo lungo e largo, rosso di sangue, scuro di odio. Gli ebrei sono per i cristiani un popolo portatore di questioni non solo teologiche ma morali e civili per tutta l’umanità; Francesco ha cercato con la sua visita di seguitare a costruire un rapporto positivo con un atteggiamento molto affettivo, con la memoria di Stefano Tachè e con quella della Shoah, e con la ripetizione dell’affettuosa espressione di Giovanni Paolo “fratelli maggiori”. Ciò che il papa ha incontrato è un popolo al centro da una parte di un’avventura meravigliosa e dall’altra di un attacco concentrico che ha il suo centro nello jihadismo, ma che ha poi diramazioni sfumate che portano l’odioso nome di antisemitismo. Ieri sera, di ritorno in Vaticano, vi avrà certo posto mente.

L’avventura meravigliosa si chiama Israele, e il Popolo Ebraico è tuttora orgoglioso e anche pieno d’entusiasmo e di preoccupazioni per aver finalmente dopo duemila anni di esilio raggiunto il suo Paese, un faro di democrazia e di civiltà assediato da mondi autocratici e aggressivi. Forse, se Francesco l’ha avvertito per esempio nel discorso di Ruth Dureghello, la Chiesa potrebbe cessare di propendere per una lettura terzomondista che si rispecchia in filo-palestinismo sulla stampa cattolica. Gerusalemme nonostante i rapporti diplomatici e formali siano molto progrediti, attende ancora il riconoscimento fondamentale del popolo cattolico circa la sua positività morale. Si può legittimamente aspirare alla pace con i palestinesi riconoscendo che Israele è l’unico Paese democratico che ha sempre difeso i cristiani mentre li si uccide in tutto il Medio Oriente. Si può vietarne la continua diffamazione razzista, l’incitamento palestinese sostanziato dai programmi nelle scuole e dalla televisione ufficiale, condannare l’ondata di terrorismo che il popolo ebraico soffre in Israele e nel mondo. “Israele” ed “ebrei” devono essere parole ben presenti nella mente occidentale quindi cristiana quando si parla di quella piaga.

Il Papa ha incontrato un mondo ebraico stupefatto dal fenomeno che non avrebbe dovuto più ammorbare l’Europa, un antisemitismo che uccide, che costringe a nascondere kippà, che porta a una intensa emigrazione verso Israele, un’autentica fuga. L’estremismo antisemita ha la briglia sul collo, e al suo seguito vengono i movimenti di boicottaggio di Israele, il BDS, le accuse assurde e infamanti che introducono l’idea di un ebreo paria insieme a quella di un Israele paria. Questo mondo ferito è quello che il Papa da ieri sa ancora meglio di dover curare, per esempio non si deve lasciare che si neghi con abile mossa propagandista il fatto più che accertato che Gesù fosse ebreo, e che si induca l’assurdo falso storico di un Gesù palestinese. Sotto banco si ripropone conseguenzialmente l’idea che gli ebrei non abbiano le loro accertate radici nella loro terra, Israele.

La gente che era ieri intorno al Papa è stata la prima nella storia a inventare il precetto:”ama il prossimo tuo come te stesso”; le parole del Padre Nostro cristiane, sono ricalcate sulla preghiera ebraica. Per i cattolici deve essere un precetto inviolabile quello di amare il miracolo di Israele e di onorare la sua presenza nel mondo. Oggi non c’è più spazio, non c’è tempo per tergiversare, questa visita, se il Papa la terrà vicina al suo cuore, può fare una differenza.

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